lunedì 7 dicembre 2015

Dialogo col Campione: Antonio Capoduro


Antonio Capoduro è uno schermidore italiano, affetto da tetraparesi spastica distonica.

Antonio Capoduro lavora come responsabile del sito dipartimetale di informatica dell'Università di Milano. 

Antonio Capoduro è inoltre uno dei promotori del progetto "SPORTABILIA, LO SPORT CHE MERAVIGLIA"



Ciao Antonio, puoi raccontarci come è cominciata la tua storia sportiva? 

Il mio inatteso incontro con il mondo dello sport è avvenuto all’età di 41 anni in modo del tutto casuale, in un giorno di primavera uggiosa del 2009, in cui il mio spirito era depresso, non solo per la giornata ma anche per una serie di motivazioni personali di cui non mi dilungo, Giovanni Lodetti (Maestro di scherma) mi ha proposto di andare a vedere come si tira di scherma. Faccio presente che fino ad allora guardavo la scherma solo alle olimpiadi in televisione, comodamente seduto su una poltrona, non conoscendo nulla di tecnica schermistica, ebbi un tentennamento, ma alla fine ho accettato perché mi sono reso conto di aver bisogno di qualcosa che mi stimolasse e Giovanni è stato uno sprono fondamentale.

Se ti chiedessi cosa ti ha insegnato la scherma, cosa mi risponderesti?

La prima cosa che mi è stato insegnato, e credo valga per tutti gli schermidori, è stato il saluto con la spada. Quello che per me era un gesto incomprensibile e insignificante, da profano, è diventato meraviglioso gesto di gratitudine e di rispetto di tutti, sia dell’avversario che del pubblico. La comprensione di quel gesto e la spiegazione datami da Giovanni mi è stato di grande stimolo morale per compiere il passo successivo ed accettare la sfida e ad appassionarmi. Ed è stato così che ho iniziato a frequentare il Circolo della Spada del M° Marcello Lodetti.
Durante il primo periodo di apprendistato schermistico ho imparato le mosse di base della scherma, le parate, le cavazioni e i fili; date le mie caratteristiche fisiche di spasticità distoniche, tutti questi movimenti mi apparivano di grande difficoltà, ma grazie ai continui incoraggiamenti, da parte di tutti i maestri presenti in sala, ho saputo affrontare e superare questi limiti. Devo inoltre confessare che data la mia timidezza, ogni affondo era per me una sfida per vincere la paura ed agire contro il mio carattere, timoroso di far male all'avversario.
Dopo i primi mesi, in cui i maestri mi facevano lezione e mi facevano vedere le mie vulnerabilità, i miei errori, i miei punti di forza e stimolarmi alla ricerca dei punti deboli degli avversari, il passo successivo è stato il processo di integrazione con gli altri ragazzi allievi della sala. Devo ammettere che questo passaggio, non è stato molto difficoltoso grazie al lavoro di gruppo di Giovanni e dei suoi collaboratori, stimolando ed incentivando i ragazzi secondo le mie caratteristiche, quindi seduti in carrozzina e seguendo le distanze delle mie caratteristiche e delle mie classificazioni schermistiche a tirare con me. Da quel momento in poi il confronto, non era più con un maestro, ma con un atleta, quindi non più il rapporto maestro atleta, bensì atleta contro atleta.


Esistono secondo te degli aspetti legati all’approccio alla gara, alla gestione della gara o anche solo nel modo di vivere lo sport che un atleta normodotato potrebbe o dovrebbe imparare da te o da atleti legati al mondo paraolimpico? 

La comprensione del rapporto tra schermidore con disabilità e schermidore normodotato è di grandissima importanza e di stimolo per entrambi, per un motivo semplicissimo che adesso vado ad illustrarvi. Dal punto di vista dell’atleta con disabilità, la velocità e le precisione di un atleta normodotato sono un’ottima palestra di confronto e di stimolo per addestrarsi alla normale conduzione dell’esercizio schermistico; dal punto di vista dell’atleta normodotato, l’imprevedibilità delle reazioni di uno schermidore con disabilità possono essere di stimolo anche per il confronto con gli altri atleti. Più di una volta, nel corso di questi allenamenti, mi è stato detto, da questi atleti, di essersi trovati in difficoltà a causa di particolari angolazioni e di parate impreviste.

Immagino poi siano arrivate le prime gare, come è andata?

E finalmente sono arrivate le prime gare, a questo punto il confronto non era più una seduta di allenamento, ma una vera e propria competizione. Ed è stata la prima volta che mi incontravo con schermidori con disabilità, con molta più esperienza e preparazione di me. Alcuni di loro frequentavano il mondo della scherma in carrozzina da anni. E qui è iniziata per me una nuova sfida, che non era più una sfida contro i miei compagni di palestra che si adattavano alle mie esigenze, ma con altre persone dotate di caratteristiche fisiche simili alle mie, a livello agonistico. L’emozione di partecipare a una gara è sempre forte, soprattutto per una persona timida e inesperta come me. Il percorso è stato faticoso e complesso, ma sono entrato in uno stimolo di vita diverso, in cui riuscire a battere l’avversario è diventato un obiettivo agonistico.

Ci puoi spiegare quali sono le categorie della scherma in carrozzina?

Nella scherma in carrozzina le classificazioni sono 3: categoria A, atleti con il movimento del tronco pieno e buon equilibrio; categoria B, atleti, senza movimento delle gambe e del tronco ridotta e le funzioni di equilibrio; categoria C: atleti con disabilità in tutti e quattro gli arti. All'interno della categoria C, ci sarebbe molto da discutere, accennerò qualcosa su questo argomento più avanti. Io faccio parte della categoria C.


Al circolo della della scherma che frequenti ci sono atleti che gareggiano nella tua categoria?

Nella palestra del Circolo della spada del Maestro Marcello Lodetti, dopo di me sono successivamente arrivati altri due schermidori con disabilità e classificazioni diverse dalla mia. Devo ammettere che la conoscenza di questi due nuovi atleti ha segnato profondamente la mia vita, migliorandola sensibilmente.
Successivamente nella palestra sono arrivati anche i bambini e i non vedenti. Come vedete quindi lo spirito del Circolo della spada del Maestro Marcello Lodetti è di integrazione a 360 gradi, e grazie alla supervisione, alla capacità di congregare e di dialogare di Giovanni Lodetti, tutti gli schermidori, piccoli e grandi, disabili e no, uomini e donne, si allenano tra di loro, facendo un gruppo omogeneo, facendo sì che tutti facciano parte dello stesso gruppo, e che si sentano perfettamente a proprio agio.

Quali sono, a tuo avviso, gli aspetti principali che rendono lo sport importante per l’essere umano e che motivano la necessità di renderlo accessibile a tutti?

Lo sport è una notevolissima palestra per tutti, anche per le persone con disabilità, sia se fatto in maniera amatoriale e dilettantistico, sia se fatto a livello agonistico. Infatti lo sport è uno strumento di integrazione notevolissimo. Mediante lo sport ci si può confrontare con diversi elementi che riassumerò brevemente:

  • Regole dello sport. Attraverso la disciplina del gioco si impara ad organizzare e a rispettare le regole del gioco, con un conseguente aumento di ordine psicologico e di gestione del proprio io che deve ricondursi a regole comportamentali.
  • Favorire l’integrazione. Con un qualunque sport si viene a contatto con persone estranee dall'ambito in cui si è abituati a convivere.
  • Conoscenza del proprio corpo. Attraverso la pratica sportiva è possibile conoscere e mettere alla prova i limiti del proprio fisico, esserne maggiormente consapevoli ed a elaborare, con il supporto di persone competenti, dove questi limiti possono essere migliorati e studiare esercizi adeguati in rapporto alle possibilità e potenzialità.
  • Accettare la sfida a 360°. Applicando i tre punti precedentemente esposti si ottiene un connubio perfetto per essere pronti alla sfida: pensiamo ad esempio alla sfida di rapportarsi con gli altri seguendo le regole del gioco; pensiamo al tentativo di superare se stessi superando i propri limiti fisici; pensiamo alla sfida di riuscire a battere gli avversari.
  • Quest’ultimo aspetto riguarda in particolar modo lo sport a livello agonistico, e qui subentra l’adrenalina di dover battere gli avversari e del saperla controllare e dosare nel corso della gara, senza mai perdere il rispetto delle regole del gioco e del rispetto dell’avversario, con un profondo senso di umiltà.
Senti di aver raggiunto degli obiettivi nella disciplina della scherma?


A livello agonistico il miglior risultato ottenuto è stato un secondo posto nella categoria C ai campionati della regione Lombardia.
In questi ultimi due anni purtroppo ho ridotto i miei allenamenti e quindi di frequentazione alle gare per svariati motivi; ma vi è un motivo profondo di questa rinuncia allo sport alle gare agonistiche e sta nella classificazione schermistica. Ho detto in precedenza che faccio parte della categoria C, dove rientrano tutti coloro che non sono paraplegici e tetraplegici, quindi nella categoria C è possibile incontrare persone con disabilità più gravi della mia, ma anche schermitori che hanno un movimento ottimo della spada quasi come un normodotato, quindi avendo io movimenti incontrollati dovuto a spasmi, non potrò mai confrontarmi alla pari a livello agonistico con loro. Questo senso di impotenza e di delusione nei confronti delle regole di classificazione schermistica ha generato sconforto dentro di me.
Adesso dedico il mio tempo, quando mi capitano le occasioni, all'insegnamento della pratica schermistica a bambini e ragazzini con disabilità fisica e psichica insieme alla dottoressa Alessandra Cova, con cui abbiamo attivato una ludoscherma, per giocare, disegnare e tirare di scherma seguendo determinate regole prestabilite. Il percorso ludico e psicologico intende portare ai bimbi un miglioramento della qualità delle relazioni interpersonali oltre che un avviamento al mondo della scherma con tutte le regole che ho accennato in precedenza.

Se pensassi alla tua storia sportiva credi ci siano degli aspetti caratteriali in cui senti di essere cresciuto o in cui ti senti cambiato?

L’attività sportiva e l’agonismo ha migliorato molto il mio approccio nell'affrontare la quotidianità. Sono sempre stato un combattente, difficilmente nella mia vita, mi sono arreso; ho sempre cercato di migliorare la mia condizione, di rendermi il più possibile autonomo e indipendente. Ma essendo una persona timida, affrontavo ogni problema della vita con l’insicurezza e la paura di sbagliare, la paura di prendere una strada sbagliata. Come ho detto prima, l’affondo nella spada equivale a vincere la timidezza e battere le paure. Questo ha favorito, sviluppato l’approccio nell'affrontare ogni problema che la quotidianità impone a tutti, in particolare a persone che, come me, sono costrette a vivere la propria vita dipendendo da altre persone. Sono convinto che lo spirito dello sport faccia bene alla vita di tutti i giorni, affrontare la vita come una sfida agonistica, può essere una occasione meravigliosa per vincere numerosi ostacoli. Fare uno sport significa essere preparati alle sfide e vincerle.

Ci puoi accennare a quale punto è arrivato il processo di integrazione delle persone con disabilità nello sport?

Giovanni Lodetti oltre che essere Maestro di Scherma è Presidente dell’Associazione Internazionale di Psicologia Psicanalisi dello Sport (AIPPS), insieme alla Dottoressa Cova, cui ho già accennato stiamo portando avanti numerosi progetti per sensibilizzare ed organizzare strutturalmente una campagna di sensibilizzazione per dimostrare che lo sport genera produce nelle persone un elevato benessere psicofisico.
Il processo di integrazione delle persone con disabilità e lo sport finalmente sta raggiungendo una equiparazione, anche se onestamente non capirò mai il motivo per cui le Paralimpiadi vengano effettuate in date differenti dalle Olimpiadi. Lo spirito agonistico è sempre lo stesso: riuscire a battere se stessi e gli avversari. I media se ne stanno accorgendo, ma il problema resta sempre una divisione netta tra normodotati sportivi e sportivi con disabilità. Ritengo che il giorno in cui faranno le Olimpiadi e le Paralimpiadi nello stesso periodo, avremo raggiunto un ottimo traguardo di integrazione, in termini di pubblico e di sponsor. Non sarebbe fantastico fare la finale dei 100m nella stessa serata dei 100m in carrozzina? Il pubblico presumo che sarebbe stellare.

Abbiamo avuto modo di incontrarci personalmente durante alcune attività organizzate dal progetto “sportabilia”, di cui sei uno dei promotori, ci puoi raccontare di cosa si tratta?

Il progetto “SPORTABILIA, LO SPORT CHE MERAVIGLIA!” nasce con l’idea che lo sport per essere veramente una meraviglia devono poterlo fare tutti, indistintamente a prescindere da vincoli. Queste limitazioni possono essere economiche, fisiche e mentali. Riteniamo che lo sport sia portatore di valori sani e attraverso lo sport si possa raggiungere un maggiore benessere psicofisico ed abbattere molti pregiudizi della diseguaglianza economica, socio-culturale e fisica, facendo dello sport un bellissimo strumento di integrazione.
Il progetto SPORTABILIA, LO SPORT CHE MERAVIGLIA intende promuovere e sensibilizzare le persone a praticare uno sport. Lo strumento principale su cui poggia gran parte del lavoro di questo progetto è il sito: www.sportabilia.it accessibile a tutti e con tutti i dispositivi.
SPORTABILIA intende farsi promotore dell’idea che la “sensibilizzazione” sulla carta non si traduca solo ed esclusivamente nella proposta sportiva di eventi “SPORTABILIA in piazza” come quelli segnalati nell’apposita sezione del sito, ma attraverso un attento lavoro di mappatura del territorio, fornendo in questo modo uno strumento al servizio dei cittadini che sia continuamente monitorato, co-partecipato e soprattutto utile ai fini di una reale accessibilità. L’opportunità di segnalare realtà ed eventi è un esempio straordinario e importantissimo di partecipazione attiva, invitando tutti i cittadini a farsi ambasciatori e portavoce della condizione delle strutture sportive e dei nostri parchi pubblici, indicando lo stato, l’accessibilità e la cura delle stesse, documentando con foto aggiornate le diverse situazioni.
L’obiettivo ultimo di SPORTABILIA è di mappare tutte le realtà del territorio milanesi e, con il tempo, lombarde che propongono sport accessibili a diverse tipologie di disagio, da quello socioeconomico alla disabilità fisica e psichica. Un’opportunità quindi per scegliere con maggior conoscenza e consapevolezza la disciplina sportiva più adatta alle proprie esigenze, possibilità e desideri.

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