lunedì 25 gennaio 2016

Dialogo col campione - Silvia Fondriest

Silvia Fondriest è una pallavolista della Unendo Yamamay Busto Arsizio.

Silvia Fondriest è al suo primo anno nella massima divisione, mentre nelle stagioni precedenti ha calcato i campi dalla B1 alla A2.







In passato hai fatto coesistere lo sport, lo studio e il lavoro. Quest'anno hai deciso, invece, di dedicarti a tempo pieno al professionismo. In che modo il tuo essere sfaccettata influenza il tuo modo di vivere il professionismo?

Dividere l'attenzione su più aspetti può essere stancante. A titolo personale mi piace, però, essere impegnata su più fronti, perché questo mi porta a non rimuginare troppo.
Avere molti impegni ti porta a prestare meno attenzione a cose con una valenza limitata, mentre puoi concentrarti sugli aspetti centrali. A volte il pensiero può essere deleterio, soprattutto quando in quello che fai l'azione gioca un ruolo importante.

La pallavolo è lo sport con più densità umana, cioè con il più alto rapporto persone/metri quadrati. Questo aumenta le variabili in gioco: fiducia, rapidità, gioco di squadra, conoscenza degli altri, dei ruoli, dei movimenti. Cosa ne pensi?!

Quando gli spazi sono ristretti aumentano le zone di conflitto. In molti sport l'affinità e la conoscenza reciproca sono fattori importanti, ma nella pallavolo capita di trovarsi in due nella stessa zona di campo. 
Seppur esistano delle regole prestabilite, queste a volte diventano labili perché la pallavolo è uno sport di situazione. Diventano quindi fondamentali comunicazione e fiducia. In campo ognuno ha un proprio compito a seconda delle situazioni, le competenze vengono provate in allenamento, ma a volte possono venir cambiate secondo indicazioni dell'allenatore per adattarsi ad eventuali variabili.
Per avere fiducia è importante che ci sia comunicazione. Se questa viene meno si possono creare dei disagi e dei disordini in campo.

Accennavi ad una relazione tra la riduzione dello spazio e l'aumento del conflitto. In che modo si crea conflitto all'interno del campo?

Quando parlo di conflitto non mi riferisco a un conflitto di natura collaborativa, che nasce tra due persone, ma faccio riferimento ad un conflitto di natura tecnica.
Se parti dal presupposto che le zone sono ristrette e ci sono molte persone in poco spazio, ne deriva che aumentano le zone di conflitto. A livello tecnico le zone di conflitto implicano che alcune palle sono di competenza di una giocatrice, mentre altre siano di competenza di un'altra. Capita che una giocatrice possa prendere anche la palla dell'altra, ma è importante fidarsi della compagna perché lei è in una posizione avvantaggiata e può quindi raggiungerla al meglio.
Esistono quindi delle regole e dei piccoli accorgimenti, ma questi sono validi fino a un certo punto perché ogni punto è diverso. Superato il punto definito da questi accorgimenti subentra la fiducia nei confronti delle proprie compagne. Il concetto è che la fiducia nella pallavolo è fondamentale.
Quando la fiducia viene a mancare, ti accorgi che queste zone di conflitto diventano zone critiche. Viene a mancare la comunicazione e queste zone, che sono sempre delicate, diventano fonte di continui errori.

Mi ricollego al tema della fiducia. Secondo te come si crea?

Secondo me bisogna partire da presupposti tecnici, basati sull'acquisizione di automatismi. Una volta che questi sono stati acquisiti, si passa ad uno Step ulteriore che consiste nell'affrontare con continuità determinati momenti in partita.
Questo processo richiede molto tempo, ma è importante che avvenga. Credo che la fiducia sia fondamentale soprattutto in ricezione e, forse, anche a muro.

Giochi come centrale, a tuo parere quali sono gli aspetti di personalità e caratteriali che possono avvantaggiare una pallavolista che gioca nel tuo ruolo?

Nel mio ruolo credo siano importati la pazienza e lo spirito di sacrificio. La palla può essere sfiorata, toccata o murata quando sei “a muro”, ma difficilmente diventi il terminale offensivo principale. Non siamo quasi mai gli esecutori finali di un'azione. Puoi fare un numero considerevole di azioni, saltando come un grillo da una parte all'altra, senza vedere concretamente un pallone.
Il ruolo del centrale richiede principalmente di eseguire delle finte per smarcare alcune giocatrici. Quando sei “a muro” invece il tuo compito consiste nel comprendere quali sono le scelte delle avversarie e muoverti di conseguenza. Nel concreto, non siamo le giocatrici che mettono a terra i punti caldi, mentre creiamo le condizioni per fare in modo che altre giocatrici possano farlo. In questo senso, credo sia importante un senso del sacrificio e anche la pazienza.

A tuo parere ci sono alcuni ruoli nella pallavolo in cui l'aspetto mentale assume un valore più rilevante rispetto agli altri?

Io credo che l'aspetto mentale sia importante in tutti, però in modo differente. Ci sono caratteristiche mentali specifiche connesse ad ogni ruolo, secondo me.
Faccio un esempio. Il libero è il giocatore che più di tutti si deve dare agli altri. Capita raramente che lui sia il fautore del punto, mentre gli compete il lavoro sporco, come il recuperare palle sporche. Il libero è quindi una persona che si deve spendere al 100% per gli altri, senza avere la possibilità di sfogarsi attraverso l'attacco.
Credo quindi che il carattere di ogni componente debba essere molto legato al ruolo che ricopre. Penso che le giocatrici forti siano quelle, che, oltre ad avere delle competenze tecniche, hanno delle predisposizioni mentali plasmate sul proprio ruolo.

Senti di averlo costruito il carattere connesso al tuo ruolo o che derivi dalla nascita?

Su alcuni aspetti ci sono nata, mentre su altri ci sto ancora lavorando. E' sempre un laboratorio aperto, un crescendo.
La gestione della mente e del carattere, da tenere in campo, è un aspetto sul quale sto lavorando tutt'ora e sento che è quello sul quale devo mettere maggiore impegno.

Nei momenti decisivi delle partite ci sono dei pensieri che fai per aumentare la concentrazione o preferisci non pensare?

Quando una partita si fa calda puoi seguire due direzioni. La prima è focalizzarti su una cosa alla volta, la seconda è richiamare dei gesti routinari che ti sei costruita in allenamento. La prima aiuta a rimanere sul pezzo, la seconda a togliere un po' di tensione.
Nei momenti clou sono proprio il focalizzarsi e gli automatismi, quelli che ti rendono in grado di gestire la situazione. In quei momenti non puoi pensare concretamente a ciò che succede, anche perché non hai il tempo per poterlo fare. Pensare richiede tempo e quando è bisogna essere veloci non è la cosa migliore da fare.
Penso che sia più opportuno parlare di attenzione e meno di pensiero. Il focalizzarsi su una cosa alla volta, nel momento in cui la stai facendo si muove in questa direzione.

Le partite si svolgono davanti ad un pubblico numeroso. In che modo percepisci la presenza del pubblico? Ci sono dei momenti durante una partita in cui la presenza del pubblico diventa un fattore delicato?

Credo sia un aspetto molto soggettivo. Ci sono stati alcuni anni in cui lo percepivo come ostico, quasi una minaccia. All'inizio dell'anno forse mi incuteva timore, mentre ora, quando gioco, non penso al pubblico. C'era un pensiero a chi stava sugli spalti nelle prime partite, mentre ora mi concentro di più su quanto accade in campo.
Credo questo cambiamento in positivo sia avvenuto da quando gioco davanti ad un pubblico così numeroso e a cui mi sono dovuta abituare. Va anche detto che noi abbiamo un pubblico che ci supporta molto e che è quindi molto di aiuto.
Capitano poi anche i momenti, definiti di Trance agonistica, in cui non senti i rumori esterni e ti dimentichi del pubblico. Questo capita quando sei particolarmente concentrata.

In che modo il tuo essere donna credi ti caratterizzi in quanto sportiva dal punto di vista mentale? Credi ci siano ci possano essere dei vantaggi e degli svantaggi che differenziano le donne dagli uomini?

Spesso e volentieri si cade nel cliché dicendo che le donne hanno pensieri ed ormoni in circolo e sono quindi più emotive. Seppure forse una leggera emotività in più c'è, credo questa ci sia anche negli uomini.
Se devo delineare una differenza, penso che ciò che ci distingue di più sono i rapporti umani. Tra donne creare una buona comunicazione e una buona coesione è più difficile, ma se ci si riesce la squadra diventa formidabile. Questa difficoltà nasce dal fatto che noi donne tendiamo a legarci alcune cose al dito, mentre gli uomini sorvolano maggiormente alcune questioni.
Penso che questo sia l'aspetto che differenzia maggiormente uomini e donne, mentre non credo ci sia una particolare variabilità legata al fattore emotivo.

Mi parlavi coesione e comunicazione all'interno di un gruppo. Ci sono degli indicatori che, da fuori, possono farmi percepire che si è formato un gruppo coeso?

Non è semplice risponderti. Più volte mi è capitato di pensare che una squadra che vedevo fosse un buon gruppo, ma, poi, confrontandomi con le giocatrici scoprivo che non era così. Il gruppo era discreto, ma non così unito come poteva apparire da fuori.
L'aspetto fondamentale credo sia però che la coesione ci sia in campo. Seppure sono dell'idea che sia più facile creare coesione in campo se c'è anche fuori, questo non è sempre possibile.
Credo che un indicatore, visibile dagli spalti, e che denota una buona coesione di gruppo sia il fatto che ci si prova al 100% su tutti i palloni. Anche questo però può ingannare, perchè la stagione è lunga e in una stagione ci sono degli alti e dei bassi. Se vedi la partita sbagliata puoi pensare, erroneamente, che il gruppo non ci sia.

La pallavolo é conosciuta per la bravura di alcuni giocatori, ma anche per alcuni allenatori che hanno fatto la storia di questo sport. Quali caratteristiche personali deve avere un allenatore vincente?

Questa domanda mi mette un pò in difficoltà, perché a mio avviso non esiste una regola. A livello teorico l'allenatore migliore è quello che ha delle competenze tecnico, tattiche e umane da renderlo tale, ma la verità è che nessuno è perfetto.
Avere tutte e tre queste competenze in modo assoluto credo sia impossibile, perché tutti quanti abbiamo qualche lacuna. Andando oltre a questa riflessione, credo che l'allenatore bravo sia colui il quale riesce a capire chi ha in campo e che riesce a tirare fuori il meglio dai propri giocatori o dalle proprie giocatrici.
Non esiste un sistema per fare ciò. Un allenatore deve essere capace di gestire il gruppo e i singoli, sapendo adattarsi a ciò che c'è e adattando la squadra per fare in modo che si possano creare dei meccanismi ideali per quel gruppo.

Nessun commento:

Posta un commento